CLUB DELLA PIPA, 1968.

Esiste qualcosa che più di un tonante missile possa rappresentare la velocità, la potenza, l’avventura? Ed esiste qualcosa che, più della pipa, possa richiamare alla mente il riposo, la distensione, la tranquillità? Le due cose sembrano inconciliabili. Ed ecco invece che, proprio dalle più avanzate tecniche astronautiche, nasce qualcosa che porta nuovi meriti alla nostra fedele amica e permette a noi pipaioli di segnare un punto contro le esecrate sigarette. E vediamo come. Nel corso degli esperimenti per il progetto Gemini, molte ricerche sono state rivolte all’esatta determinazione dei gas presenti nell’atmosfera delle capsule spaziali. Il problema era di estremo interesse soprattutto a causa dei lunghi periodi di permanenza in orbita previsti. Una piccola impurezza, infatti, avrebbe potuto, a lungo andare, rivelarsi assai nociva. Pensa e studia, prova e spendi, finalmente una grande ditta fabbricante di apparecchi scientifici, la Varian Aerograph, mette a punto per la NASA un analizzatore di tracce capace di rivelare le frazioni di parte per miliardo, suppergiù come pescare a caso un determinato fiocco di neve durante una tormenta. Vi risparmio i particolari tecnici; comunque, per i pignoli, dirò che i gas vengono separati tra loro gascromatograficamente e analizzati con un rivelatore sensibilissimo (Helium Detector) e che il tutto costa un mare di quattrini. A questo punto voi vi chiederete: come c’entra la pipa in tutto questo? Ancora un po’ di pazienza e ci arrivo. E’ noto che la combustione (ad esempio del tabacco) produce anidride carbonica e ossido di carbonio. La prima è, in piccola quantità praticamente innocua, mentre il secondo è assai tossico. Inoltre, i due composti si trasformano l’uno nell’altro e la loro concentrazione di equilibrio dipende dalla temperatura. Più alta è la temperatura, maggiore è la quantità di ossido di carbonio presente. Ne deriva che il fumo delle sigarette è più ricco di ossido di carbonio che non quello della pipa. (Prima vittoria della pipa, ma questo era già noto da tempo). Andiamo avanti: l’ossido di carbonio aspirato si fissa immediatamente sull’emoglobina del sangue, rendendola incapace di esercitare la sua funzione di trasportatore di ossigeno: ne consegue una diminuita efficienza polmonare e altri malanni che lascio elencare ai medici. Il guaio è che mentre l’assorbimento è rapido, la liberazione è, al contrario, assai lenta, per cui l’effetto dannoso si protrae per molti giorni. In conseguenza della decomposizione della carbossiemoglobina (così si chiama il prodotto della combinazione emoglobina + ossido di carbonio) si stabilisce nei polmoni una concentrazione costante di ossido di carbonio, che misura il grado di… avvelenamento del soggetto. Orbene, il sottoscritto, trovandosi per le mani l’apparecchio prima illustrato, volle provare se vi era differenza tra il contenuto di ossido di carbonio nei polmoni di un non fumatore, di un fumatore di sola pipa, di un fumatore di pipa e sigarette (orribile connubio, ahimè, tuttora esistente!) e di un fumatore di sigarette. C’era da attenderci una scala di valori nell’ordine elencato, con un basso valore per il non fumatore (dovuto all’inquinamento del traffico e dell’aria cittadina) e valori più alti per i fumatori. E invece, con grande meraviglia e profonda soddisfazione, si sono ottenuti i valori illustrati nel grafico che riproduciamo a parte, dove l’altezza del « picco » indica grosso modo la concentrazione di ossido di carbonio. Praticamente, il non fumatore e il fumatore di pipa hanno lo stesso valore, mentre gli altri sono in condizioni ben diverse. Ovviamente, i risultati esemplificati sono stati confermati con prove su altri soggetti, ed i risultati sono sempre stati favorevoli alla pipa. Da cosa dipende ciò? L’arida scienza dice che probabilmente il motivo risiede nel minor contenuto di ossido di carbonio nel fumo di pipa, unito al fatto che il vero pipaiolo non respira il fumo; la nostra passione per la pipa ci suggerisce invece altre ipotesi. Forse che la nostra fedele amica, per premiarci della costante attenzione, voglia proteggerci? O forse l’ignoto sapiente che, nella notte dei tempi, inventò la pipa, le diede una forma dotata di alchimistiche proprietà? Nel ricurvo Universo non-Einsteniano del suo fumante fornello, valgono forse leggi naturali a noi sconosciute? Mistero, profondo mistero.

È possibile che, per ritornare all’origine del discorso, quando i nostri astronauti giungeranno su lontani pianeti, il mistero venga risolto con l’ausilio di una scienza pipologicaenormemente progredita. Certo, è da escludere che, se tali astronauti saranno americani, arrivino lassù fumando la pipa. L’atmosfera di ossigeno delle capsule americane non permette, è noto, di fumarla, principalmente perché una pipata durerebbe troppo poco. Questo è il principale motivo che mi trattiene dall’offrirmi volontario. Ho saputo però che i russi usano aria nelle loro cabine, e ho chiesto informazioni. Se mi diranno che nelle capsule non è scritto, in caratteri cirillici, « Vietato fumare », è probabile che le mie prossime notizie vi giungano dalla Luna. Con segnali di fumo. Di pipa, naturalmente.

Gianrico Castello